"I Segreti del Paradisiello"

Ci sono luoghi a Napoli dove la pietra smette di essere materia e diventa scenografia del tempo. Uno di questi è il Vico Paradisiello.
Per chi fa il mio mestiere, inquadrare questa lunghissima scalinata che si arrampica alle spalle di via della Veterinaria significa fare i conti con un chiaroscuro profondo, dove ogni gradino nasconde un aneddoto e ogni angolo custodisce un frammento di invisibile.

"Luci nell'Ombra: il Munaciello del Vico Paradisiello"

La storia ufficiale ci dice che il Munaciello non era uno spirito maligno, ma la trasfigurazione popolare dei vecchi “pozzari”. Erano gli uomini della manutenzione idrica, spesso piccoli di statura, che si arrampicavano nei cunicoli sotterranei ed entravano nelle case passando direttamente dalle cisterne, indossando un saio tinto di nero per proteggersi dal fango e dall’umidità. Ma al Paradisiello, dove l’acqua della collina scorreva sotterranea verso via Foria, la leggenda ha preso una piega magica.
 
Nelle sere d’inverno, quando la nebbia saliva dai Ponti Rossi e avvolgeva i gradini di tufo, gli abitanti del vicolo giuravano di sentire piccoli passi rapidi salire le scale. Si diceva che il Munaciello del Paradisiello avesse un carattere bizzarro: se amava una casa, faceva trovare monete d’oro nascoste nei cassetti o tra le piante dei terrazzi; se si sentiva offeso, rompeva i piatti in cucina o nascondeva le chiavi della porta.
 
I miei bisnonni, Salvatore Di Giacomo e Carolina, che hanno vissuto la loro vita intera tra quelle mura di tufo del Paradisiello, avranno sicuramente sorriso o imprecato di notte davanti a un rumore improvviso o a un oggetto spostato, attribuendone la colpa a quel piccolo ospite invisibile.
Perché a Napoli i fantasmi non fanno paura: fanno parte della famiglia. Sono i custodi di una memoria che non vuole essere dimenticata.
 
Come regista, ho speso quarant’anni a cercare di catturare l’inesprimibile con l’obiettivo. Oggi capisco che quella ricerca della luce perfetta, capace di svelare l’invisibile, lo stesso fascino esoterico che in questi mesi sta guidando la scrittura dei miei nuovi progetti cinematografici è nata proprio lì, tra i gradini del Paradisiello, dove l’ombra ha sempre avuto una voce.
Le scale del vicolo Paradisiello a Napoli

"I tre misteri del vicolo Paradisiello"

PENITENZE, CASTELLI E FONTANE MUTE

Oltre alle celebri storie che popolano le nostre case, questo borgo verticale nasconde altri tre segreti antichi, tre immagini sospese tra la terra e il cielo che meritano di essere raccontate attraverso l’obiettivo della memoria.

"I 150 Gradini della Penitenza: La Scala del Purgatorio"

Il primo segreto è impresso nella pendenza stessa della pietra. Alla fine del Cinquecento, quando ai piedi della salita sorgeva il monumentale complesso di Santa Maria degli Angeli alle Croci, la rampa del Paradisiello era circondata solo da una campagna sterminata e selvaggia. La salita era talmente ripida e faticosa che i frati francescani la ribattezzarono “La scala del Purgatorio“, piantando grandi croci di legno lungo il ciglio della via.
 
Nel sentimento popolare, salire quegli oltre 150 scalini a piedi, sotto il sole d’estate o avvolti dalla nebbia che saliva da Via Veterinaria, non era una semplice camminata, ma un rito di espiazione. Ogni passo faticoso sul tufo consumava un peccato. Ma la magia stava nel finale: una volta arrivati in cima, lo sguardo si apriva improvvisamente sul golfo e sulla luce di Napoli, regalando ai viandanti la sensazione fisica di essere arrivati, finalmente, in “Paradiso“.
Un vero e proprio percorso spirituale e visivo protetto dal silenzio della collina.
 

La Villa Abbandonata: Lo Spettro del "Castello"

Continuando a salire, la pietra oggi si scontra bruscamente con i cancelli arrugginiti di una grande residenza nobiliare settecentesca, che gli abitanti del quartiere chiamano semplicemente ‘O Castello. Nell’Ottocento, il Paradisiello era la meta preferita dell’aristocrazia per le vacanze estive: l’aria era buona e si viveva isolati dal caos del centro antico, immersi in agrumeti fittissimi.
 
Quando la villa venne abbandonata nel corso del Novecento, la natura si è letteralmente divorata l’architettura. Tra i saloni spogli, le finestre sbarrate e i rampicanti selvaggi, è nata la leggenda di una presenza: lo spettro di un’antica nobildonna che si aggira tra le stanze vuote nelle notti di luna piena. Non è un fantasma che cerca terrore, ma silenzio. Appare come un’ombra malinconica, rimasta lì a proteggere la quiete e il decoro di quel piccolo paradiso perduto che il tempo ha provato a cancellare.
 

"La Fontana Muta e il Canto dell'Acqua Segreta"

L’ultimo segreto è un piccolo dettaglio di ferro che i passanti distratti rischiano di non notare. Lungo le scale si trova ancora un’antica fontana in ghisa d’epoca, decorata a forma di bocciolo con una conchiglia di pietra sottostante e il tipico rubinetto a contrappeso. Oggi la fontana è asciutta e muta, ma nel secolo scorso era il cuore pulsante del vicolo, il punto in cui ci si fermava a rinfrescarsi e a scambiarsi confidenze.
 
I vecchi del rione raccontavano che l’acqua che sgorgava da quel ferro arrugginito fosse legata alla longevità degli abitanti del Paradisiello. Nella credenza popolare, chi si accostava alla fontana di notte poteva sentire, nel silenzio più profondo, il “canto” dell’acqua segreta: il lamento delle antiche cisterne e dei canali d’epoca romana che scorrono ancora vivi e invisibili nelle viscere di tufo della collina.
 
I miei bisnonni, Salvatore e Carolina, hanno camminato ogni giorno accanto a questi tre segreti, respirando questa stessa atmosfera sospesa tra il sacro, il profano e la leggenda.
Ed è proprio da queste ombre antiche che, oggi, la mia macchina da presa continua a trarre ispirazione per cercare la luce.