"L' OMBRA DI GIUDITTA GUASTAMACCHIA A CASTEL CAPUANO"

Giuditta Guastamacchia racconta la sua storia in riva al ruscello

Tra Fotografie Ritrovate e Visioni Esoteriche

Il ritrovamento casuale di vecchie fotografie di famiglia sotto la scrivania riaccende la riflessione sul confine tra memoria e realtà, legandosi alla figura di Giuditta Guastamacchia e alla genesi del film Shadows in the Light, nato da una visione notturna e accostato alle atmosfere di Salvatore Di Giacomo.
 

Il confine sottile: la mia scrivania, Giuditta e le ombre del passato

Da Autore e fotografo, so che la luce e l’ombra si parlano sempre. Questa incredibile scoperta mi ha spinto a guardare ancora più a fondo dentro un’altra ombra che mi ossessiona da mesi: quella di Giuditta Guastamacchia. La sua storia non è nata da una semplice ricerca, ma mi è venuta a cercare nel sonno. Ho scritto la sceneggiatura del mio film, Shadows in the Light, sognandola notte dopo notte, seduti sulla sponda di un riscello, mentre lei stessa mi raccontava, passo dopo passo, la sua terribile vicenda.

Giuditta Guastamacchia in riva al fiume
Ritratto immaginario di Giuditta Guastamacchia

La suggestione è diventata ancora più profonda quando, quasi per un richiamo del destino, ho scoperto che lo stesso Salvatore Di Giacomo scrisse un romanzo intitolato Luci ed ombre napoletane, ambientato nel 1800 proprio nel periodo delle impiccagioni. Una coincidenza di titoli e di atmosfere che mi fa tremare i polsi. Le anime del passato chiedono di essere raccontate, e la mia macchina da presa è pronta a dare loro di nuovo la luce.

Giuditta Gustamacchia

"IL FANTASMA DELLA VICARIA: la Storia di Giuditta Gustamacchia"

Per comprendere l’ombra che agita le mura di Castel Capuano, dobbiamo scavare nelle origini di Giuditta. La donna nacque a Terlizzi, in Puglia, nel 1765 da una famiglia molto povera. Rimase orfana di madre fin da fanciulla. Di conseguenza, crebbe senza alcuna istruzione e sotto il controllo di un padre balordo e violento.
Il padre, Nicola Guastamacchia, nascondeva un’identità infame: era uno stupratore di fanciulle. Per coprire i suoi crimini e trovare denaro, l’uomo orchestrò un piano con la complicità del nipote, Don Stefano D’Aniello, che all’epoca era il parroco del paese. Con il pretesto di salvare la ragazza dalla fame, i due decisero di cercare un buon partito per farla maritare.
 
Il matrimonio tra Giuditta Guastamacchia e Francesco Rubino
In quel periodo, però, accadde qualcosa di imprevisto:
 
    • Giuditta cercava un rifugio dalle violenze del padre e iniziò a frequentare la parrocchia.
    • Don Stefano la accolse con una dolcezza che la affascinò profondamente.
    • Tra lo sguardo fiero della giovane e la sensibilità del prete nacque un sentimento travolgente.

In quel contesto contadino, tuttavia, la forte personalità di Giuditta non venne compresa. La gente del paese iniziò a vederla come una mangiatrice di uomini, priva di scrupoli e di morale. Per nascondere la loro torbida storia d’amore, Don Stefano cercava di presentarsi a tutti come lo zio della ragazza. Ma le voci viaggiano veloci, velocissime! Ben presto, la loro relazione clandestina finì sulla bocca di tutto il paese.
 
Giuditta Gustamacchia e il prete Stefano D'Aniello che passeggiano in intimità

Il primo matrimonio e la fuga

Per evitare un enorme scandalo, il padre Nicola costrinse Giuditta a sposare un notaio di nome Francesco Rubino. L’uomo si rivelò un manigoldo e da questa unione nacque un figlio, il piccolo Angelo. Il matrimonio non fu un atto d’amore, ma una vera e propria transazione commerciale. Il marito usava il corpo giovane e bello di Giuditta come un’esca per i suoi loschi scopi, costringendola a diventare una prostituta d’alto bordo per la Terlizzi bene.
Dopo anni di abusi ed estorsioni, i vizi del marito superarono il limite. Rubino commise infatti il reato più grave per l’epoca: frodare lo Stato. Di conseguenza, nel tentativo di sfuggire alla cattura, abbandonò Giuditta e il bambino scappando a Roma nel cuore della notte. La sua fuga durò poco. Braccato dalle guardie papaline, venne arrestato e processato in direttissima. La giustizia del Settecento non aveva pietà per chi toccava il denaro pubblico, e l’uomo fu condannato alla pena di morte.
L'impiccaggione di Francesco Rubino nella storia di Giuditta Guastamacchia

Il dramma del piccolo Angelo e l'arrivo a Napoli

La morte del marito lasciava Giuditta formalmente libera, ma si trattava di una libertà apparente. Infatti, Don Stefano, con la complicità di Nicola e del Vescovo, scappò lontano in segreto. Lo fecero unicamente per evitare che la storia d’amore continuasse sulla bocca di tutti. Pur di salvare l’onore della parrocchia e della famiglia, decisero di insabbiare l’intera vicenda. Attraverso un decreto vescovile, il prete ottenne il trasferimento immediato, scomparendo nel nulla.
Da quel momento, il conflitto tra Giuditta e suo padre divenne insostenibile:
 
    • Nicola continuava a minacciarla e a istigarla a lasciare la casa.
    • L’uomo la picchiava regolarmente, maltrattando anche il bambino.
    • Durante un violento scontro, Giuditta affrontò il padre con occhi minacciosi e braccia alzate.

Voleva sapere ad ogni costo dove trovare il suo amato Stefano. Solo in quel momento Nicola la guardò spaventato. Capì che non poteva più nascondere la verità e le confessò il luogo del trasferimento. Il sentimento di Giuditta andava ben oltre la semplice attrazione. La lontananza dall’amato era diventata insopportabile. Prese lo scialle poggiato sulla sedia, lo indossò, strinse a sé il figlio ed uscì definitivamente da quella casa.
Giuditta Guastamacchia sul carretto con suo figlio malato

Il viaggio fu drammatico. Dopo una notte intera passata sotto la pioggia battente, riparati solo dalle fronde di un albero, il piccolo Angelo si ammalò gravemente di bronchite. Giuditta era disperata. Fortunatamente, un carrettiere diede loro un passaggio fino a una locanda gestita da amici. In quel luogo, Giuditta decise di lasciare il figlio in affidamento a una giovane coppia di proprietari. Purtroppo, poco tempo dopo, il piccolo Angelo morì all’età di soli due anni.

La trappola finale a Napoli

Fu solo allora che la donna raggiunse Napoli. Lì ritrovò finalmente Don Stefano D’Aniello, il suo unico amore. Il prete era diventato parroco nella chiesa di Gesù delle Monache. Quel luogo chiuso e protetto divenne l’ambiente ideale in cui la coppia clandestina poté rivivere il proprio sentimento.

Il padre Nicola, però, scoprì il rifugio e, preso dalla disperazione, ricorse all’autorità vescovile. Denunciò la figlia e la fece rinchiudere nel severo Convento di Sant’Antonio alla Vicaria a Napoli. Il rigore della prigionia e la sorveglianza continua le impedivano ogni via di fuga.
In quel momento entrò in scena l’inganno definitivo:
Don Stefano D’Aniello aveva un nipote di sedici anni, Domenico Leonardo Altamura. Il giovane era bello ma povero, odiava il lavoro e desiderava ardentemente il denaro. Di conseguenza, lo zio prete lo convinse facilmente a sposare Giuditta. In cambio, il prelato offrì al ragazzo il proprio silenzio e la promessa di ricevere una cospicua dote economica. Il giovane accettò immediatamente il patto, legando il proprio destino a quel matrimonio di puro interesse. Fu così che la donna si maritò per la seconda volta.

Il Matrimonio d'Ipocrisia e il Vero Movente del Prete

Tuttavia, il vero motore di questa tragica vicenda non fu la presunta crudeltà di Giuditta. Al contrario, l’intero orrore nacque dall’ipocrisia e dall’avidità dello stesso Don Stefano. Il sacerdote aveva orchestrato l’unione unicamente per motivi di facciata. Voleva salvare l’onore di fronte alla società napoletana e, allo stesso tempo, mantenere la sua amante vicina.
Nel frattempo trascorsero quattro anni, dal 1796 al 1800. Il ragazzo divenne un uomo e in quel periodo non gli venne torto un capello. Il povero sventurato, tuttavia, non sapeva che altri attori stavano per decidere la sua fine. Don Stefano, infatti, non mantenne mai la promessa economica calcolata all’inizio. Di conseguenza, il giovane Domenico, si sentì profondamente raggirato e tradito dallo zio.
Con il passare del tempo, la situazione tra le mura domestiche divenne totalmente esplosiva. Domenico rentendosi conto dell’inganno di cui lui era stato vittima, iniziò a minacciare lo zio prete di rilevare apertamente a tutta Napoli la scandalosa relazione clandestina che aveva luogo il quella dimora, divulgando di dominio pubblico lo scandalo che avrebbe distrutto per sempre la repuitazione del prete e della sua Chiesa
 
il Complotto per l'assassinio di Domenico Altamura

Per evitare che la verità venisse a galla, Don Stefano decise che il nipote doveva morire. Di conseguenza, il 23 marzo del 1800 il complotto divenne una tragica realtà. Il prete riunì una vera e propria setta criminale per compiere l’omicidio. Oltre al padre di Giuditta, Nicola, ritenuto suo complice, si aggiunsero altri due personaggi a completare la macabra compagnia. Si trattava del chirurgo Pietro De Sandoli e del barbiere Michele Sorbo.

"Il Diario Napoletano dell'Avvocato Carlo De Nicola"

CRONACHE DAL PATIBOLO

Ci sono documenti capaci di squarciare il velo del tempo per restituirci la verità più cruda della nostra storia. Tra questi, spicca indubbiamente il “Diario Napoletano” di Carlo De Nicola. Scritto giorno per giorno, e a tratti ora per ora. Questo registro offre una cronaca minuziosa e in tempo reale della vita intima di Napoli. L’autore cattura i sentimenti popolari, gli entusiasmi e le tragedie della rivoluzione. Il racconto parte dagli anni della caduta del vecchio regno borbonico, attraversa i mesi cruciali della Repubblica Napoletana del 1799 e giunge fino alla Restaurazione del 1820.

Diario Napoletano di Carlo De Nicola

Sfogliando queste pagine ingiallite, scritte in una grammatica arcaica, con infiltrazioni del dialetto napoletano italianizzato, ci si imbatte improvvisamente nei dettagli più oscuri della cronaca nera dell’epoca. Di conseguenza, il diario diventa una testimonianza drammatica e agghiacciante, in particolare nelle annotazioni scelte che vanno dal 17 al 21 aprile 1800. Sono i giorni esatti che accompagnarono la fine di Giuditta Guastamacchia. De Nicola descrive con precisione chirurgica l’organizzazione dell’omicidio, l’orrore del corpo sezionato nel calderone e la successiva cattura dei fuggitivi a Capodichino. Infine, il cronista ci porta direttamente sul selciato di largo delle Pigne, oggi piazza Cavour, il 19 aprile. Lì, una folla oceanica assistette al macabro spettacolo dei quattro condannati trascinati sui cavalli verso la forca della Vicaria.

Atto I: Il Complotto e la Trappola in Casa

Giovedí 17 aprile 1800

Circa le ore tre terminò a decidersi anco in grado di nullità la causa di morte in Vicaria, e la sentenza fu di forca per quattro, cioè la donna, il di lei padre, il chirurgo, ed il sicario, per tutti i precedenti lo strascino, e coll’amputazione di testa e mani dopo morti per attaccarsi alle mura della Vicaria. Il prete ebbe la condanna alla fossa di Maritimo vita durante, la minorazione per lui fu occasionata dal non aversi voluto trovar presente all’atto dell’assassinio; altri dicono non averci assentito. La esecuzione sarà al largo delle Pigne, perché voleva farsi al luogo del delitto che sarebbe stato il largo della Carità, ma per essere luogo angusto si fissò poi il largo delle Pigne; se la sentenza verrà quest’oggi approvata, la esecuzione sarà sabato.

Venerdi 18 aprile 1800

La scorsa notte è stata spogliata una bottega di mercanti al largo Gerolomini. Sono già in cappella per eseguirsi domani i quattro condannati. Le circostanze che accompagnarono il loro delitto sono così corrorose che mi do la pena di accennarle. Il di lei nome è di Giuditta. Conviveva con un prete per nome d. Stefano che faceva u mastro di scola. Cinque anni sono, il prete fece venire da Terlizzi un suo giovine nipote e fece sposargli la donna, la quale stava sempre a disposizione del prete.

Il giovane voleva accusare lo zio e sua moglie. Risolvettero perciò farlo venire in Napoli. La prima idea fu di assassinarlo in mezzo ad una campagna. Ma si determinarono di assassinarlo con più comodo in casa. Pensarono che ammazzandolo in casa, sfigurandolo e facendolo in pezzi si sarebbe potuto occultare il delitto, ed attribuirsi ai soliti rei di Stato. La sera destinata, il prete se ne uscì dalla casa, e questa circostanza si crede che gli abbia salvata la vita.
 
Gli altri complici rimasero. La donna stessa disse al giovane che avesse fatto accomodarsi i capelli dal barbiere, facendolo sedere. Gli gittarono un capestro alla gola e lo tirarono per terra. Come la donna vide che non moriva, egli si gittò sopra lo stomaco colle ginocchia per finirlo d’ammazzare.

Atto II: L'Orrore del Calderone e la Fuga a Capodichino

Morto che fu, il chirurgo lo fece in pezzi, calando ciascun pezzo nell’acqua bollente per impedire il sangue. La testa colle proprie sue mani la donna fece bollirla, acciò si sfigurasse. Il barbiere fu incaricato di portare fuori città i resti del malcapitato. La divina Giustizia fece sì che si trovasse colui che portava le braccia, il quale poi la mattina palesò il fatto. La donna intanto si aveva essa presa la testa che lasciò sulla strada di Montecalvario.
 
Si determinò a fuggire col padre, prete, e chirurgo. Furono raggiunti sulla strada di Capodichino dalla truppa dei Realisti di Salvatore Bruni cristallaro. Il prete l’ha scampata per la circostanza minorante, ma il pubblico lo avrebbe anche voluto morto. A lui si imputa tutto l’accaduto, perché se non avesse debosciata la donna non sarebbero caduti in tanto eccesso.

Il Giorno del Patibolo

Sabato 19 aprile 1800

Il Tribunale si è sciolto questa mattina alle ore 15. Il presidente, vedendo il concorso del popolo che là si affollava, ha creduto prudente condotta sciogliere il Tribunale. La giustizia è uscita poco dopo mezzogiorno. Precedeva il padre di lei, indi la Giuditta, poi il chirurgo, l’ultimo era il barbiere. Tutti e quattro trascinati sulla tavola tirata da cavalli. Per le ore 20 tutto era terminato.

I Verbali del Fisco e i Vecchi Segreti

Domenica 20 aprile 1800
 
Le ho sapute posteriormente da chi ha letto il notamente fiscale. La donna avea nome Giuditta Quastamacchia. Fin da dieci anni indietro avea cominciata la tresca col prete d. Stefano d’Aniello. Il prete fece sposargli il figliastro di suo fratello di anni 16. Il giovane marito la lasciò ed andossene a Terlizzi. In questo frattempo s’era introdotto in casa il giovine chirurgo.
Il padre di lei fu qui carcerato per debiti e il de Stefano lo fece uscire. La giovane cominciò ad istigare il padre contro il marito. Si seppe che il giovane volea denunziare la moglie. Il padre di costei intanto adocchiò un tal Michele del Sorbo della Cerignola, reo d’omicidio, e lo portò in Napoli come sicario. Promisero 60 contanti al detto sicario. Si pensò di andarlo a dissotterrare roba in campagna, poi di gittarlo a fondo a Santa Lucia. Si pensò di avvelenarlo e perfino di farlo infettare.

Il Macabro Ritrovamento e la Tortura

Il prete ed il chirurgo se ne andarono in una casa vicina. Restò la donna in casa col padre e col sicario. Finse il vecchio di assottigliare un legno, e chiese all’infelice giovane il coltello, che glielo diede. Intanto si alzò il sicario, si fece da dietro e gli gittò il capestro al collo. La donna se gli gittò colle ginocchia sullo stomaco, il padre lo tirò pei piedi e cosi lo fecero morire.
 
La donna bussò al muro e andò il chirurgo a farlo in pezzi. Il chirurgo aveva continuata la sezione con l’aiuto della donna, che avea posto in due vasi di creta detti scafaree le budella. Il chirurgo avea pensato tener la testa presso di sé per farvi le sue osservazioni anatomiche. Le braccia se le portò il sicario che fu incontrato dalla ronda ed arrestato. La mattina, al susurro che facevasi sulla strada, si affacciò la donna domandando che fosse. Con gran presenza di spirito cominciò a declamare: ‘che crudeltà, che barbarie!’
 
Si arrestò il chirurgo e si prese la traccia dei fuggitivi, raggiunti a Marigliano. La donna sola fu negativa sino alla convalida in tortura, ma in quell’atto confessò essa pure. Nel tempo dell’esecuzione, un popolare si portò al direttore di Polizia d. Antonio La Rossa, domandando perché il prete non s’era condannato a morte. Il direttore disse che ne avrebbe fatto egli un massacro se il popolo non stava al dovere. Lo cacciò dalla sua presenza.
 
Lunedi 21 aprile 1800
 

Questa mattina è arrivato il pacchetto da Palermo che aspettavasi con ansia, sentiremo che reca. Gol pacchetto ieri vennero d. Onorato Ghietani e sua moglie, e il duca di s. Demetrio. Le notizie che hanno portate sono, che il pacchetto s’ era trattenuto perchè doveva portare l’indulto e il piano dei Banchi, ma che poi era stato spedito. S. Demetrio soggiunse, avergli detto la Maestà della Regina, che potea dire arrivando, che sicuramente col pacchetto venturo sarebbe venuto l’uno e l’altro. Per l’indulto, si dice che contiene la esclusione dei cospiratori e Sala patriottica.

Si dice che Vaglio sia assicurato della grazia, e che la Regina ne abbia scritto alla madre, dichiarandosi essa garante della vita del figlio…

Il Capro Espiatorio di una Giustizia Misogina

In quel periodo storico, la giustizia borbonica si dimostrò spietata. Le autorità temevano uno scandalo ecclesiastico. Volevano proteggere a tutti i costi Don Stefano D’Aniello. Di conseguenza i suoi complici, per salvarsi la pelle, scaricarono l’intera colpa morale e materiale su Giuditta Guastamacchia. La donna fu la vittima di un complotto maschile. Infatti, lei non possedeva alcun vero movente per uccidere Domenico, ma la sola colpa di amare un prete.
 
Anche se il celebre Diario Napoletano di Carlo De Nicola raccolse le deposizioni degli imputati, quelle pagine non riportarono mai la pura verità. La giustizia ufficiale registrò solo versioni distorte. La confessione di Giuditta fu infatti estorta sotto tortura. Rappresentò un tentativo disperato per alleviare le sofferenze.
A dimostrazione della farsa, alla donna fu negato il diritto di deporre in tribunale. I magistrati evitarono il dibattimento pubblico. Subito dopo la tortura, le autorità la trasferirono direttamente al patibolo. Lì, i condannati vennero impiccati contemporaneamente. Il verdetto era già scritto prima del processo.
 

Come registi e autori, noi cerchiamo un’altra verità. La memoria di Napoli ci insegna una lezione fondamentale. I fantasmi sono sempre innocenti. Queste anime arrivano in sogno perchè sono rimaste bloccate nella nostra dimensione per un unico motivo. Loro cercano solo la giustizia negata in vita

La gabbia esposta di Giuditta Guastamacchia nel Tribunale della Vicaria
Il 19 aprile 1800 si consumò l’atto finale davanti alle mura di Castel Capuano. La giovane donna, insieme ai tre “suoi complici” vennero giustiziati pubblicamente tramite impiccagione. Subito dopo, il corpo di Giuditta subì l’ulteriore scempio dello smembramento. La sua testa e le sue mani vennero amputate e rinchiuse in una gabbia di ferro ed esposta sulla facciata della Vicaria per 50 anni come monito per l’intera città e a tutte le donne che si volessero ribellare alla tirannia degli uomini.
 

I Soprusi della Rivoluzione e i Registri Bruciati

I moti rivoluzionari a Napoli portarono a esecuzioni sommarie e soprusi che seppellirono verità scomode. Per proteggere i potenti coinvolti ed evitare querele, lo Stato ordinò di bruciare i registri ufficiali, cancellando le prove dei crimini.

L'Oltraggio della Scienza: Il Teschio Senza Pace

La teca nel Museo Anatomico Musa dove è custodito il di Giuditta Guastamacchia

L’orrore su Giuditta continuò decenni dopo la sua morte: il suo teschio fu studiato da medici e alienisti per dimostrare una presunta predisposizione biologica al crimine. Sezionato con annotazioni frenologiche, il cranio non fu mai ricongiunto al corpo, negando alla giovane una degna sepoltura. Oggi il suo teschio è custodito nel Museo Anatomico (MUSA) dell’Università Vanvitelli di Napoli.

Un'Ispirazione Visiva tra Passato e Presente

La leggenda dello spettro di Giuditta che vaga a Castel Capuano con la propria testa in mano ispira una riflessione profonda sulla violenza contro le donne. Attraverso la fotografia e le riprese, l’obiettivo è dare voce ai dimenticati e restituire dignità al passato.